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Battito d'ali
Scritto da Loredana   

Una margherita. Una bellissima margherita.

A un niente dal mio viso.

E posata su di essa, una farfalla dalle ali colorate che si muovono appena nella brezza del mattino.

Allungo una mano, con calma, con lentezza…

Quando penso di riuscirci, di poterla toccare, lei spicca il volo e si allontana con eleganza, mentre nel mio campo visivo resta soltanto un dito.

Il mio.

Sporco di sangue.


«Matteo, oggi vai tu a prendere Sofia a scuola, capito? E non fare tardi, come al solito!»

Mamma ha aperto la porta del bagno mentre sono sotto la doccia, ha urlato per sovrastare il rumore dell’acqua e si è dileguata alla velocità della luce.

Per impedirmi di protestare, ovvio.

Mi farà fare tardi con gli amici, oggi c’è l’allenamento. Me lo sento che andrà così.

Che palle!

Odio avere una sorellina che va ancora alle elementari, una madre che me la sbologna un giorno sì e l’altro pure, e un padre che esce di casa al mattino per rientrare a sera inoltrata.

Mi trascino fino al letto, scaravento per terra lattine vuote e magliette accartocciate che non ho avuto voglia di portare giù in lavanderia. Ho ancora la forza di pensare che devo mettere a posto la mia stanza in tempi brevi, o mamma me la farà pagare in qualche modo doloroso.

Meglio mettere la sveglia al cellulare: stanotte ho fatto davvero tardi, e rischio sul serio di non andare a prenderla all’uscita.

Ma non è vero che odio Sofia, o i miei genitori. È solo che ho diciotto anni, una notte brava sulle spalle e un casino di sonno... Il telefono suona, avrei voglia di lanciarlo dalla finestra.

Ma chi è che rompe a quest’ora del mattino?

Purtroppo non mi sta chiamando nessuno, ho dormito quasi cinque ore di fila ed è già l’ora di alzarmi. Fisso lo sguardo sul poster appeso alla parete sopra la scrivania e le curve di Megan Fox mi sollevano un po’ il morale.

Servirebbe un’altra doccia, forse…

Infilo un paio di jeans puliti, una maglietta della Rams e le immancabili Converse, poi scendo le scale e raggiungo la cucina. Mamma ha lasciato il tavolo apparecchiato, un lavoro in meno per me; agguanto una mela al volo dal portafrutta ed esco.

Durante i dieci minuti che impiego a raggiungere la scuola di Sofia ripenso alla serata di ieri. Siamo stati a ballare al Kristal per festeggiare la fine dell’anno scolastico, e mi sono divertito come non succedeva da tempo. In un certo senso mi spiace che sia estate: ci perderemo quasi tutti di vista, e poi faremo la quinta, e poi… chissà.

«Matteo! Sono qui!»

«Ti vedo, mica devi strillare» brontolo, infilando le mani in tasca prima che le venga una delle sue idee brillanti. «Andiamo, che ho fame.»

Mi guarda imbronciata dall’alto dei suoi otto anni, poi si incammina al mio fianco raccontandomi le meraviglie del suo ultimo giorno. Che io non ascolto.

«Lavati le mani, intanto scaldo il pranzo» le dico, appena mettiamo i piedi in casa.

Mamma ci ha lasciato le lasagne, ho già l’acquolina in bocca. Accendo il microonde per riscaldarle, e la tv per sentire il telegiornale.

«Uhm… Che buon profumo!» esclama, sedendosi a tavola. «Mamma quando torna?»

«Fra un’ora. Mangia e stai zitta» le ordino, alzando il volume della televisione.

Stamattina hanno trovato una ragazza morta nei campi vicino al fiume.

Per fortuna che abitiamo in una cittadina tranquilla.

«Cambia canale, voglio vedere i cartoni» piagnucola, facendomi innervosire.

«Sofia, per piacere! Un attimo, voglio sentire…»

«Ehi, quella è la mamma di Grace!» afferma, mentre punta il dito verso la donna in lacrime che un giornalista coglione sta cercando di intervistare.

«La conosci?»

«Sì, è la mia compagna di classe. Cosa è successo?»

«Un… Un incidente a sua sorella» mento, cambiando canale, nella speranza che non voglia sapere altro.

«Oh! E cosa…»

«Guarda ‘sti cartoni, mangia e sparisci!»

Finalmente tace, non prima di avermi fatto la lingua, e poi si incanta a seguire le puttanate che guarda sempre.

Un delitto cruento, pare. Più tardi guarderò in internet. Meglio che lei non veda certe cose, soprattutto perché io non saprei come rispondere alle sue domande.

Finito il pranzo, la mando in camera sua, metto i piatti nella lavastoviglie e corro a prepararmi la borsa. Se mamma ritarda, dovrò prendere il motorino invece della bicicletta per raggiungere il campo.

Scendo le scale giusto mentre lei sta entrando.

«Dove pensi di andare, Matteo?» mi chiede, un candido sorriso stampato in faccia.

No! Oggi no! Non può farmi questo!

«Ho l’allenamento, mamma. Domani giochiamo, e chi non si presenta oggi…» mugolo, l’aria più innocente del mondo.

«Che peccato!» esclama, posando la borsetta sul divano. «A che ora sei rientrato, ieri sera?»

«Alle… Alle… quattro, penso…»

«Io penso alle sei. E non erano questi i patti. Dietrofront, ragazzo» mi dice, il tono di voce che conosco bene.

«Per piacere…» la imploro, sentendomi male al pensiero di saltare la partita.

Mamma non risponde, mi indica semplicemente le scale dalle quali sono appena sceso.

«Farò i lavori di casa per una settimana!»

«Finiscila, Matteo! Torna di sopra e non fare il buffone. Hai diciotto anni, sei grande: devi imparare ad assumerti le tue responsabilità. Chi sbaglia, paga. Non hai rispettato gli accordi, ti sei comportato come un quindicenne, ti tratto da quindicenne. Fine del discorso.»

Sbatto il borsone sul letto con rabbia per essere stato costretto a cedere. So che ha ragione, e so che sono un cretino. Un vero cretino.


La doccia insieme ai compagni di squadra è un rito, più che una necessità.

Mi dispiace per l’infortunio di Paolo, ma se lui non si fosse fatto male al ginocchio, io non avrei giocato nemmeno una partita di questo torneo di calcetto.

La scorsa settimana ho saltato l’allenamento, e il mister è peggio di mia madre.

«Prendiamo una pizza insieme, stasera?» propone Roberto, mentre ci rivestiamo. «Possiamo mangiarla da me, i miei non ci sono.»

«Uhm… Non so… Devo parlarne a casa» rispondo, prima di scolarmi un Gatorade. «Mia madre è ossessionata da quello che sta succedendo in città, sai com’è…»

«Già, pare ci sia un serial killer in circolazione!» salta su Giancarlo, con il tatto di un elefante in una cristalleria. «La settimana scorsa ha ucciso Linda, la conoscevo di vista, e ieri hanno trovato altri tre corpi nei campi: due ragazze e un ragazzo. Ma erano forestieri, chissà cosa ci facevano da queste parti. Stiamo diventando famosi!»

«Ma sei scemo?» lo rimbecca Davide, tirandogli l’asciugamano. «Non è una cosa divertente! In giro c’è un pazzo assassino che si diverte a violentare e poi fare a pezzi le persone, dopo averle drogate, e tu pensi che siamo in tv! Deficiente!»

«Ma non intendevo dire che… Va beh, lasciamo perdere! Comunque, io per la pizza ci sto» conclude, prima di uscire dallo spogliatoio.

«Chiamo i miei, se non mi fanno troppe paranoie ci sto anch’io, Roby» gli dico, prendendo il cellulare e allontanandomi un poco dal gruppo.

Telefono a mio padre, che di solito è più accomodante di mamma. E infatti riesco a strappargli il permesso, e accetto di farmi venire a prendere a casa del mio amico a mezzanotte.

Come Cenerentola. Mi sfotteranno a vita.

Alla fine, siamo in quattro: io, Roberto, Giancarlo e Lorenzo. Ordiniamo le pizze e le birre, e ci spariamo un torneo alla play mentre mangiamo e ridiamo come scemi.

«Ehi, perché non invitiamo qualche fanciulla?» propongo, pensando che la scorsa settimana in disco io e Gaia avevamo iniziato a pomiciare, a fine serata.

«Nah, lascia perdere le donne! Rompono le palle e basta!» ride Lorenzo, impegnato in una sfida con Roberto.

«Beh, a me le ragazze piacciono! Chiamo Gaia, e vediamo.» Gli tiro una lattina vuota per ribadire il concetto, anche se serve solo a farlo sbellicare ancora di più.

Dopo un giro di sms, devo constatare che nessuna di loro ha il permesso di uscire di casa di sera. Giusto, avevo scordato la faccenda del killer.

Mi devo rassegnare a una serata fra uomini.

Mentre sono in macchina con mio padre vedo parecchie auto della polizia, e numerosi uomini in divisa in giro a piedi.

«Lo prenderanno presto, vero?» borbotto, fissando i lampeggianti che illuminano la piazza quasi a giorno.

«Speriamo, Matteo. Speriamo.»

Mezzanotte e venti, e sono già disteso sul letto: le preoccupazioni dei miei sono giustificate, ma non credo che stanotte sia pericoloso uscire. Con tutti gli sbirri che ho visto, credo che il killer se ne starà tranquillo.

Mi tiro su deciso a dare uno sguardo sul web. Prendo il portatile e cerco la pagina del giornale cittadino. Linda è stata trovata per prima, drogata, violentata e uccisa a colpi d’ascia. I tre forestieri, invece, erano allineati l’uno accanto all’altro, come messi in posa. Stesso modus operandi, ma con in più il rituale della disposizione dei corpi.

Chissà per quale motivo uccide, e si prende anche la briga di seguire un preciso ordine.

Il ragazzo a pancia in giù, le braccia aperte sul terreno, le ragazze sistemate come se guardassero il cielo, le mani incrociate in grembo.

È l’una quando scavalco il balcone e salto giù in giardino: se Gaia è puntuale, tra poco ci incontreremo dietro alla Chiesa.

«Se i miei mi scoprono, per colpa tua non potrò uscire per tutta l’estate» bisbiglia, mentre si lascia abbracciare. «Devo essere impazzita!»

«Dài, che piace anche a te l’idea di una fuga romantica durante la caccia all’uomo!» replico, sollevandole il viso incorniciato dal caschetto nero.

Le sue labbra delicate e inesperte sono una delizia: profuma di fiori di campo e bagnoschiuma, o forse è quest’ultimo ad avere questa fragranza. In ogni caso, è morbida fra le mie braccia, e baciarla mi fa sentire in paradiso.

«Vieni, raggiungiamo il fiume!» le propongo, prendendola per mano. «Passiamo dal bosco, non ci scopriranno!»

«No! Ma sei scemo? Hanno anche i cani, non li senti? Se ci facciamo beccare in giro, passiamo un sacco di guai! No, restiamo nei paraggi.»

«Dài, non è lontano! Ci arriviamo in cinque minuti! Su, corri!»

«No, io torno a casa, Matteo! Non voglio finire nei pasticci» sbuffa, liberando la mano dalla mia. «C’è un killer in giro, e un sacco di poliziotti: non voglio imbattermi né nell’uno, né negli altri.»

«Sei una fifona!» la prendo in giro, tornando sui miei passi. «Ok, come vuoi: ma almeno fino al vecchio mulino ci vieni, d’accordo?»


Le stelle si stanno spegnendo.

Una a una.

Il cielo non è più un drappo nero, adesso.

 

I fili d’erba mi solleticano il viso.

Il sole dev’essere sorto, ma non riesco più a vedere il cielo.

Vedo soltanto fiori, e formiche laboriose.

 

E poi di nuovo la volta celeste, troppo luminosa per fissarla.

Un’ombra copre il sole per un attimo, troppo veloce per seguirla.

Volto il capo, infastidito.

 

La mano è troppo vicina ai miei occhi, faccio fatica a metterla a fuoco.

Sento lamenti soffocati, ma non sono io a gemere.

Frasi più articolate, ma non le comprendo. E colpi, ripetitivi e noiosi.

 

Un calore improvviso alla gola e al petto.

Mi tocco, ma non sento nulla.

Forse l’ho soltanto immaginato.

 

Volto il capo dall’altra parte, il calore è diventato bruciore.

Non voglio più sentire i colpi ripetitivi e noiosi.

E i gemiti. E il bruciore.

 

Una margherita. Una bellissima margherita.

A un niente dal mio viso.

E posata su di essa, una farfalla dalle ali colorate che si muovono appena nella brezza del mattino.

Allungo una mano, con calma, con lentezza…

Quando penso di riuscirci, di poterla toccare, lei spicca il volo e si allontana con eleganza, mentre nel mio campo visivo resta soltanto un dito.

Il mio.

Sporco di sangue.