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Ganna, la Fata della Luce - 12° parte
Scritto da Loredana   

Mi aveva vista con i suoi occhi fare cosa?

Continuavo a guardare la porta che si era richiuso alle spalle senza riuscire a staccare lo sguardo: dire che ero allibita, confusa, spaventata e furiosa non avrebbe reso giustizia a ciò che in realtà sentivo agitarsi dentro di me.

Guy. Avevo bisogno dell’aiuto di mia sorella, e lei aveva bisogno del mio. Più ci pensavo, e più mi appariva tutto fuori posto, come i pezzi di un puzzle sparpagliati sul pavimento. Niente aveva senso, e tutto doveva averlo.

Norcan aveva detto che sarebbe tornato, aveva ascoltato le mie parole, mi aveva protetta. Questo aveva ancora meno senso di tutto il resto!

Ma forse mi aveva mentito, forse in questo momento stava raccontando ogni cosa a Syra, e lui sarebbe venuto a riprendermi, e Zaldon mi avrebbe incatenata con il sole in faccia…

Alla fine avevo ceduto, avevo smesso di guardare la porta chiusa con ostinazione, e mi ero sdraiata sul grande letto.

Dovevo cercare di pensare positivo, di trovare il modo di lasciare queste lande ghiacciate da sola, libera. L’elfo, anche se fosse stato dalla mia parte sul serio, non me l’avrebbe mai permesso.

Pensare positivo…

Mia sorella aveva i miei poteri. Non erano persi, di lei mi fidavo ciecamente. Sapevo che li avrebbe conservati e difesi a costo della sua stessa vita.

Pensare positivo…

Per quanto mi sforzassi, non mi veniva in mente niente altro.

Ero nei guai, in balìa dei capricci di Norcan, oppure prigioniera di Syra, oppure nelle grinfie del drago, oppure… morta di fame.

Mi ero colpita la fronte con il pugno chiuso, constatando che fra tutti i problemi che avevo, ciò che mi balenava davanti agli occhi era il cibo. Eppure, uscire dalla baita e stendermi al sole su una lastra di ghiaccio perenne non rientrava propriamente nella lista dei primi dieci desideri della mia vita… Senza contare i pericoli che avrei incontrato. In alternativa, avrei avuto bisogno di fiori… e dove trovarli, in mezzo al gelo?

Stupida, stupida, stupida!

Mi ero alzata piena di rabbia, e avevo iniziato a camminare avanti e indietro come una belva in gabbia. Domani non sarebbe arrivato mai, il tempo non sarebbe mai passato e io sarei impazzita.

Poi, all’improvviso, la porta si era aperta, lasciando entrare una folata di vento gelido e un profumo inebriante.

«Norcan! Che cosa fai qui? Avevi detto…»

Le parole mi erano morte in gola, e la mia attenzione era stata calamitata dal mazzo di fiori di campo che l’elfo teneva in mano.

«So cosa avevo detto. Mangia e indossa gli abiti pesanti che ti ho portato. Ce ne andiamo.»

Ce ne andiamo?

Per un attimo avevo colto l’imbarazzo che provava mentre mi porgeva quello che per me era cibo, ma che avrebbe potuto avere un’altra valenza, e un sorriso spontaneo mi era sbocciato sulle labbra.

«Grazie…»

«Prego.»

Le nostre conversazioni erano sempre molto profonde, niente da eccepire. Avevo iniziato a succhiare il nettare con calma, godendomi quel momento di sublime piacere, dopo avergli voltato le spalle.

«Mi porti a Palazzo? Hai deciso di consegnarmi al mio risorto non-marito?» gli avevo chiesto, sperando tuttavia di sentire un no come risposta.

«No.»

No?

«Ah, ho capito, sta arrivando qui…» avevo mormorato, posando i fiori sul tavolo. «In effetti, saprà per certo che hai aperto un portale, e quindi…»

«Non ho aperto un bel niente!» aveva ruggito, togliendosi lo zaino dalle spalle. «Sono venuto… attraverso le montagne. Niente magie, torneremo indietro per la stessa strada. Vestiti!»

«Cosa? Ma ti ha dato di volta il cervello? Come pensi che io possa affrontare il gelo che circonda questo posto? Sono una fata della luce, l’hai scordato?»

«Mi piacerebbe, ma puzzi troppo per poterlo fare…»

«Smettila di dire che puzzo!»

«Indossa gli abiti pesanti che ti ho portato, o verrai lì fuori mezza nuda!»

I nostri volti erano così vicini e irati, che sarebbe bastata una scintilla a scatenare l’inferno.

Se solo avessi avuto i miei poteri e avessi potuto usarli in quel dannato posto!

«Ganna, faresti perdere la pazienza a un saggio millenario!»

«Va bene!» avevo ceduto, sventolandogli l’indice sotto al naso. «Ma tu mi lascerai libera quando saremo fuori dal regno dei ghiacci, e io…»

«Non puntarmi contro l’indice, sai? Non sei nella posizione di dettare legge!»

«Nemmeno tu, stupido elfo!»

«Fata dei miei stivali!»

A forza di insulti non saremmo mai andati da nessuna parte, e nel momento in cui avevo deciso di fare marcia indietro e indossare ciò che mi aveva portato, lui… mi aveva baciata.

Con dolcezza. Con passione. Al limite, mi sarei aspettata un bacio rabbioso, ma questo… questo… era come un raggio di sole che squarciava le tenebre.

Mi ero stretta a lui, ricambiandolo, invece di prenderlo a calci.

Che mi stava succedendo?

«Andiamo, la strada è lunga» aveva grugnito poco più tardi, lasciandomi andare. «Sbrigati, ti aspetto fuori.»